La scuola “surreale”

Mancavo dalla scuola pubblica da oltre vent’anni e rientrarci da insegnante è stato un flash! Niente è cambiato, eppure tutto è cambiato.

Il “primo giorno di scuola” – come docente, intendo – non ho ricevuto altre istruzioni se non l’indicazione delle classi in cui avrei dovuto fare lezione: per la serie “io speriamo che me la cavo“!

Ho fatto così il mio primo ingresso in aula, in punta di piedi, dotandomi di tutto il coraggio che avevo per affrontare qualcosa a cui non ero stata in alcun modo preparata e che un po’ mi divertiva, un po’ mi spaventava.

Entrare in quell’aula è stato come tuffarsi in un altro mondo. Mi sono ritrovata di colpo dinanzi ad una trentina di adolescenti pronti a scoppiare, come mine vaganti, da un momento all’altro. Le raccomandazioni degli altri docenti, più esperti di me, furono più o meno le stesse: “Se hai paura, loro se ne accorgono!”. Ebbi la netta sensazione di entrare in una gabbia di leoni, presidiata da un branco pronto a sbranarmi!

Ricordo, come se fosse adesso, quando posi per la prima volta il gessetto sulla lavagna per scrivere. Osservai con un certo imbarazzo il tratto incerto della mia mano nel tentativo di scrivere su un dispositivo che non conoscevo più da anni e con il quale non mi sentivo a mio agio. Il gessetto iniziò a stridere sulla lavagna come un vecchio che fatica a muoversi! Mi chiesi, in quell’occasione, se fosse possibile nel ventiduesimo secolo utilizzare ancora il gesso per scrivere! Dov’era finita la tanto decantata generazione dei Millennials, digitalizzata fino ai denti?

Mi aspettavo che chissà quante cose fossero cambiate rispetto a vent’anni fa e invece le lavagne erano le stesse, i banchi e le sedie erano gli stessi, il registro cartaceo, ora affiancato da quello elettronico, era comunque impostato alla stessa maniera di allora. Apparenza. Vi assicuro che la differenza è sostanziale. All’inizio non riuscivo a percepirla perché il reale cambiamento non riguarda affatto il visibile, ma l’invisibile. Non la forma, ma la sostanza.

L’impatto con la classe non è stato semplice; i ragazzi a quell’età sono un crogiolo di elementi indecifrabili che suscitano negli adulti sentimenti contrastanti di odio e amore, amarezza e tenerezza, paura e speranza. Sono indefiniti, non ancora dotati di una propria identità; ti sfidano, ti detestano e poi ti adorano. Sono emotivamente fragili e hanno reazioni che a volte ti destabilizzano. C’è chi tra loro vede nel docente un’ancora di salvezza e chi lo considera un nemico da abbattere perché non gli lascia fare ciò che vuole, non avendo ancora interiorizzato determinati concetti come quello di “libertà” spesso confusa con il lassismo. Bisogna imparare a conoscerli, studiarli con pazienza, aiutarli mantenendo la giusta distanza di sicurezza. E’ un lavoro enorme, che andrebbe sostenuto e coadiuvato dai genitori dei ragazzi – in primis – e poi dalla scuola nel suo insieme, in un percorso formativo lento e impegnativo che un professore da solo non è in grado di fare. Purtroppo questo non sempre avviene e sono ogni giorno più frequenti i casi in cui il docente si trova tutti contro, con il risultato che gli insegnanti oggi nelle scuole italiane sono fortemente demotivati e i ragazzi non vengono adeguatamente formati.

Confesso di aver conosciuto ragazzi fantastici, brillanti, dotati di ottime capacità critiche, con “l’oro in bocca” come si suol dire. Ad alcuni di loro mi sono anche affezionata e lasciarli mi è dispiaciuto molto. Avrei voluto accompagnarli fino alla quinta classe, ma non è stato possibile per la precarietà in cui vivono i docenti, ma questo è un altro capitolo della storia. Ho trascorso un anno a guardare quei ragazzi negli occhi ogni mattina, pensando che fossero il nostro futuro, la nostra società di domani; quelli a cui la vecchia generazione lascia il passo. Ho cercato di spingerli a pensare con la loro testa, a formarsi una propria opinione senza per forza allinearsi ad un pensiero comune e, nel farlo, mi rendevo conto di quanto fosse grande la responsabilità che avevo.

Dopotutto, è stato interessante stare dall’altra parte della barricata, scoprire come si svolge un consiglio di classe, quali sono le difficoltà di un docente quando deve valutare un allievo. Non è affatto semplice, almeno per chi cerca di farlo con coscienza. Vorresti che mai nessuno restasse indietro, ma qualche volta è inevitabile che accada perché non sempre dipende dalla tua volontà. Questo è stato il bello che ho sperimentato nella scuola, poi c’è stato il brutto, quello che distrugge l’entusiasmo, che annienta il coraggio anche di chi si arma delle migliori intenzioni.

Posto il fatto che non tutti gli istituti sono uguali e che molto dipende da come si comporta il Dirigente Scolastico, ovvero come costui prende posizione di volta in volta nelle controversie, mi sono resa conto di aver lasciato una scuola migliore di quella che ho trovato. Purtroppo mi sento di dire che la scuola oggi è molto scaduta. Gli insegnanti sono divenuti l’ultima ruota di un carro stanco e malandato e non hanno strumenti per rimediare ad un processo di scardinamento dell’istituzione scolastica che sembra inarrestabile. Ciò è dovuto in gran parte al fatto che non hanno più alcuna autorità e spesso addirittura temono per la propria incolumità. Sono alla stregua di alunni, genitori e, qualche volta, perfino dei dirigenti che li contrastano quando dovrebbero invece supportarli. I primi che si sentono in diritto di offenderli e sovrastarli, in quanto sostenuti dai secondi, incapaci di dare torto ai propri figli, forse per debolezza o perché ormai siamo in una società dove i ruoli non vengono più rispettati e salta così il gioco delle parti, per cui il genitore pretende di insegnare all’insegnante come si insegna (scusate il gioco di parole), il paziente al chirurgo come si opera e così via. I terzi, infine, per far sì che continuino le iscrizioni negli istituti che sono chiamati a dirigere, tendono in maniera sconsiderata a prendere posizione a fianco dei genitori contro gli insegnanti.

Questo tipo di atteggiamento – che a mio parere danneggia anzitutto il ragazzo, che non ha più punti di riferimento se non se stesso – contribuisce a demolire fortemente la figura del docente il quale, se vuole continuare ad insegnare, deve piegarsi a dictat di vario genere da parte di alunni e genitori. Questo perché la Scuola “pubblica” – così come la Sanità “pubblica” – di pubblico ha ben poco, essendo divenuta un’azienda che deve rispondere ai suoi clienti, in questo caso gli iscritti, e l’intento pedagogico passa in secondo piano.

Molti insegnanti definiscono la scuola italiana odierna un luogo “surreale”, dove più che insegnare bisogna difendersi dai continui attacchi provenienti da alunni prepotenti e genitori bulli, pronti ad assalire il docente se solo “osa” esprimere un giudizio negativo sul figlio. Sono entrata in istituti dove mi hanno raccontato di minacce da parte di alunni per il solo fatto di averli richiamati o per non aver dato loro la sufficienza, come se fosse un atto dovuto. Sono venuta a conoscenza di alcuni colleghi aggrediti fisicamente dai genitori dei propri alunni per la stessa ragione e altri ancora contro i quali la dirigenza ha preso provvedimenti disciplinari perché avevano reagito alle minacce degli alunni. E mi è tornata in mente l’immagine di quel video diffuso dai media qualche tempo fa in merito a quanto accaduto in un istituto superiore di Lucca, dove un ragazzo con un casco in testa cercava di intimorire il professore, il quale se ne stava inspiegabilmente zitto e non reagiva in alcun modo a quelle provocazioni. Mi sono chiesta tante volte la ragione per cui quel docente accettasse così supinamente un simile trattamento. Adesso ho capito il perché. Se non hai il supporto della scuola, hai già perso. Il problema è che molti dirigenti scolastici sono più propensi a coprire anziché scoprire ciò che avviene nelle scuole che dirigono. Se c’è una cosa che conta sono gli iscritti, e quale genitore vorrebbe iscrivere il proprio figlio in una scuola dove è acclarato che avvengono simili episodi di bullismo? Meglio mettere tutto a tacere e il buon nome della scuola è salvo!

Mi è capitato un giorno di trovarmi in sala docenti, stavo correggendo dei compiti e una collega mi ha chiesto se potevo sedere vicino a lei perché stava per ricevere un genitore a cui avrebbe dovuto dire che la figlia non avrebbe superato l’anno scolastico in corso. All’inizio non avevo compreso la ragione di una simile richiesta, poi ho capito: l’insegnante temeva la reazione del genitore della ragazza … aveva paura! Ho incontrato docenti in preda all’ansia, con il terrore di tornare a scuola dopo le minacce di un alunno. Una collaboratrice scolastica mi ha raccontato di essere stata minacciata da un ragazzo della scuola con un cacciavite puntato alla gola perché non gli permetteva di fumare in bagno!

E’ questa la scuola che dovrebbe educare, formare e preparare alla vita i nostri ragazzi? Una scuola dove si accetta la violenza, che sia essa verbale, fisica o comportamentale non è una scuola.

Molti giovani di questa generazione sembrano essere del tutto intolleranti al richiamo, refrattari alle regole, facili all’ira. Temo che siano vittime di un’eccessiva protezione che tutto avalla e giustifica e non li aiuta a crescere. Non riconoscono l’autorità dell’insegnante perché i primi a non riconoscerla sono le istituzioni che essi stessi rappresentano. Vivono attaccati al loro smartphone come se fosse una protesi, un prolungamento della loro mano, e guai a volerli separare da quell’oggetto demoniaco che sembra divenuta la loro unica ragione di vita. Pensano di trovare lì dentro tutte le risposte che cercano. Imparare per molti di loro è inutile. Un giorno una mia alunna ha fatto un’osservazione che mi ha sbalordito: “Prof, ma che studiamo a fare l’inglese, tanto c’è Google Translate!”, come dire: “aboliamo la matematica perché tanto c’è la calcolatrice”!

Sono convinti che esista un’app per ogni cosa, che i rapporti umani siano una perdita di tempo, che il mondo senza la rete non esista. Vorrebbero vivere in un mondo virtuale dove per tutto basta un click! Ormai si comunica con tweet, post e video di pochi secondi. Tutto deve essere immediato, facile, veloce. E si tiene fuori tutto ciò che è invece lungo, complicato, lento da argomentare e perfino da comprendere. Tutto ciò che richiede tempo e impegno è di per sé superfluo, inutile e noioso.

Troppo facile dare la colpa ai ragazzi, investirli di responsabilità che non hanno, almeno non direttamente. Dovremmo piuttosto riflettere su cosa sia oggi l’istituzione scolastica e cosa dovrebbe invece essere in un’epoca in cui tutto è cambiato. Dovremmo chiederci perché ciò che funzionava una volta adesso non funziona più. Forse è la scuola a non essere più al passo con i tempi per come è impostata e concepita. Bisognerebbe mettere in campo nuovi metodi di insegnamento e riconoscere che quelli attuali non sono più efficaci. Forse andrebbe anche rivisto il ruolo dell’insegnante e non insistere su una figura ormai svuotata di significato. Probabilmente hanno ragione loro, i Millennials, non si può entrare in una classe nell’era del digitale e usare un gessetto per scrivere. I tempi di Cuore lasciamoli ai nostri nonni.

2 Comments
  • Mary

    7 Febbraio 2019 at 15:58 Rispondi

    Cara Marzia
    condivido profondamente e fortemente le Tue riflessioni.
    Oggi la Scuola, anzi il Mondo Scuola, va in questa direzione, anche io ne sono stata una Vittima ed al Mio semplice secondo anno di supplenza, mi sono ammalata, al punto tale da pensare che in una Scuola così trasformata, violentata e bullizzata non Vi mettero’ mai piu’ piede!
    Infondo la Scuola è fatta di Missionari e di persone che realmente ci credono, o almeno un tempo era cosi’, oggi invece sai realmente cos’è? Un grande Ammortizzatore Sociale, specchio di Una Societa’ priva di giustizia e di reale trasparenza.
    Per Noi la Scuola era tutto, ci ha protette, incoraggiate, messe alla prova, abbiamo sudato, abbiamo patito ma siamo cresciute con la voglia di fare del bene….e di essere delle Brave Persone.
    Quella era la Scuola, appunto, di Cuore….
    un Cuore oggi trafitto da parole e gesti taglienti come lame!
    e allora perche’ insistere?
    just let’s Give up!

    • Marzia

      Marzia

      8 Febbraio 2019 at 7:56 Rispondi

      Cara Mary, hai tutta la mia comprensione. Aldilà di qualsiasi critica al sistema Scuola, sono dell’opinione che non ci si possa ammalare per il lavoro, per qualsiasi tipo di lavoro. Ti consiglio di starne fuori per un po’, poi quando starai meglio, avrai la forza per capire qual è la tua strada e se vale la pena continuare. Un grande abbraccio

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