Difendersi è legittimo?

Per principio sono contraria alle armi. Lo sono sempre stata. L’idea stessa di poter togliere la vita mi fa sentire disumana. Perché a questo servono le armi: a uccidere.

Sono convinta che un essere umano, in quanto tale, abbia tutti gli strumenti per risolvere le controversie in maniera pacifica senza ricorrere alla violenza, purché – sia chiaro – gliene venga data l’opportunità. Se questa opportunità viene a mancare, allora inevitabilmente ci sarà un soggetto che esercita la violenza e un altro che la subisce. Certo è che subire una violenza senza reagire fa di noi soggetti indifesi. Per questo esiste lo Stato, il cui compito dovrebbe essere quello di tutelare anzitutto i più deboli, e nel contempo garantire a tutti i cittadini una convivenza civile. Se ci riesce, siamo di fronte ad uno Stato efficiente; altrimenti siamo in una giungla dove finisce per prevalere la legge del più forte.

Sono pacifica per natura, eppure, se mi pestano i piedi, anch’io reagisco. Esiste un istinto che si chiama “sopravvivenza”, il quale prevede la possibilità di difendersi con ogni mezzo nel momento in cui si viene minacciati. E’ dimostrato scientificamente che il sentore del pericolo (che sia esso reale o anche semplicemente percepito) sarebbe in grado di scatenare nel nostro cervello una reazione di difesa che può tramutarsi in fuga – laddove possibile – o in offesa.

Possiamo controllare questo istinto? Sì, ma fino a un certo punto. I latini dicevano “mors tua vita mea“, ergo vince l’istinto. Dopotutto, anche questo significa essere umani, che ci piaccia oppure no. Dunque difendersi vuol dire uccidere? Non necessariamente. Vuol dire armarsi? In un certo senso sì, tolto che un’arma da fuoco non è l’unica arma esistente. Allora, se evitare di possedere una pistola, un fucile o una qualsiasi altra arma da fuoco, resta a mio avviso l’unica possibilità che abbiamo di non usarla – dal momento che sono convinta che chi ne possiede una, prima o poi la utilizzerà – se ci si sente minacciati, al 99% si reagisce. Ed è anche giusto che sia così, altrimenti ci estingueremmo. E’ la natura che ce lo impone.

Per questa ragione, se qualcuno entra in casa nostra in maniera furtiva ed è pronto ad aggredirci, noi abbiamo il sacrosanto diritto di difenderci. Di fronte alla paura non c’è ragione che tenga, qualsiasi cosa nelle nostre mani in quell’istante può trasformarsi in un’arma: un coltello da cucina, una sedia, una scopa, un vaso da fiori. Tutto ciò che ci consentirà di tenerci in vita, a dispetto dell’aggressore, sarà lecita. Perciò la retorica delle armi che si sente sbandierare da ogni parte quando si verificano episodi in cui l’aggredito fa uso di un’arma per difendersi dall’aggressore e per disgrazia lo uccide, è pura ipocrisia; così come lo è la proporzionalità della difesa. Lasciamo da parte le ideologie per una volta e guardiamo in faccia la realtà. Se un uomo si difende facendo ricorso a qualsiasi mezzo, seppur violento, è da mettere sullo stesso piano di chi quella violenza l’ha perpetuata in maniera intenzionale, anche soltanto entrando in un’abitazione con il fine di derubare e Dio solo sa cos’altro?

Quando ero bambina, ricordo che entrarono dei ladri in casa nostra e portarono via qualsiasi cosa (non che ci fosse molto, per la verità!). Per fortuna, quel giorno non eravamo in casa, ma vi assicuro che emotivamente è stato traumatico. E il problema non è tanto il valore delle cose che possono aver rubato, poiché queste restano pur sempre degli oggetti (a meno che non abbiano per noi un valore affettivo), quanto piuttosto il senso di insicurezza che viene determinato da quel gesto di per sé violento. E’ la violazione di intimità subita a creare un danno emotivo, che non è da sottovalutare. E chi ci è passato lo sa.

Non dimenticherò mai l’impatto violento nel vedere le mie cose disseminate ovunque, i letti sfatti, le sedie ribaltate, i cassetti aperti e la biancheria intima sparpagliata sul pavimento. Qualcuno aveva messo le mani nella mia sfera intima, aveva in qualche maniera violentato la mia persona e la mia famiglia. Ricordo le notti insonni vissute nella paura e l’ansia che potessero tornare e farci del male, il senso di angoscia che mi assaliva quando ci allontanavamo da casa. Chi erano queste persone e perché ci avevano fatto questo? Nella mia mente di bambina credevo che bisognasse aver fatto un torto a qualcuno per meritare un simile trattamento. Mio padre fece installare delle cancellate di ferro davanti alle finestre e la sera, quando veniva buio, le chiudeva con una chiave a più mandate. Ricordo ancora il rumore metallico della chiave che girava nella toppa: era deprimente e claustrofobico. Pensavo che a dover andare dietro le sbarre dovessero essere i ladri e non i derubati! Allora perché in carcere ci eravamo finiti noi?

Se non puoi più allontanarti da casa per fare la guardia alle tue cose, se devi perdere il sonno e vivere nella paura, non sei più un uomo libero. Perciò mi rendo conto che portare all’esasperazione chi subisce dei furti, non può che generare reazioni violente: mors tua vita mea!

In ogni caso, chi pagherà lo scotto sarà sempre il derubato, che da vittima si trasformerà, suo malgrado, in carnefice. La situazione verrà quindi ribaltata e sarà il ladro a gridare giustizia. Secondo voi, chi uccide per difendersi come si sentirà dopo aver commesso quel crimine? Anche se la società lo esimerà da qualsiasi condanna, la sua coscienza sarà per sempre in agonia. Ma perché si è dovuto arrivare a tanto? Chi ha realmente armato la mano di quell’uomo che ha ucciso per difendersi?

L’ultimo caso, quello avvenuto in provincia di Arezzo, è l’ennesimo caso di giustizia fai da te. Fredy, un gommista, dopo avere subito svariati furti nella sua officina, si organizza per dormire sul posto di lavoro. Decide che farà lui la guardia ai suoi beni, perché nessun altro lo farà. Fredy deve scegliere se arrendersi o reagire. E’ esasperato, si sente solo, abbandonato da uno Stato che non lo protegge, che non interviene a suo favore, che sembra dare più tutele al ladro che alle persone oneste come lui, che si alza presto la mattina per lavorare, che vorrebbe solo un po’ di tranquillità. E così succede l’irreparabile. Il ladro entra ancora una volta, beffandosi di lui, delle stupide leggi scritte, di uno Stato assente. Lo sa perfettamente, il ladro, che altrimenti non si avventurerebbe nell’ennesimo furto, incurante di quelle che potrebbero essere le conseguenze; e lo sa altrettanto bene Fredy, il gommista che ha deciso che sarà lui lo Stato, per una volta. E allora diventa un duello. Da un lato c’è un ragazzo moldavo, il quale non ha messo in conto che a sfidare la sorte può anche andar male. Dall’altro lato c’è Fredy, che ormai dorme con il fucile in mano, provato dai continui furti che lo fanno sentire impotente. Come in tutti i duelli, uno dei due morirà. E’ il ragazzo moldavo a perdere la vita.

Ha dunque vinto Fredy? 

Il ladro ha perso la vita, ma Fredy ha perso il sonno. La sua coscienza non lo lascerà più dormire, come il Macbeth shakespeariano che, dopo avere commesso il suo crimine, si accorge di aver ucciso anche il Sonno:

“M’è parso inoltre d’udire una voce

che mi gridava: “Più non dormirai!”

Macbeth ha ucciso il sonno;

è l’assassino del sonno innocente,

il sonno che ravvia, sbroglia, dipana

l’arruffata matassa degli affanni,

ch’è morte della vita d’ogni giorno,

è lavacro d’ogni affannosa cura,

balsamo d’ogni ferita dell’animo,

secondo piatto nella grande mensa

della Natura, nutrimento principe

 al banchetto dell’esistenza umana.

(MACBETH, Scena II)

Ma il più grande sconfitto in questa roulette russa è lo Stato, che non solo non è stato in grado di difendere i suoi cittadini, ma non ha neppure saputo dare un messaggio positivo all’uomo onesto, armando la sua mano e trasformandolo in un assassino.

E adesso cosa accadrà a Fredy? Inizierà un nuovo calvario per eccesso di legittima difesa? Fino a che punto è possibile stabilire se una difesa è eccessiva? E’ giusto che chi è stato aggredito sia poi sottoposto a giudizio? Cosa risponde lo Stato a quella bambina che si è vista chiudere in un “carcere” con la sua famiglia onesta quando dietro le sbarre avrebbe dovuto finirci il ladro?

C’è da chiedersi se ad essere più tutelato da questo Stato sia l’aggredito o piuttosto l’aggressore. Forse sarebbe opportuno innanzitutto stabilire chi è l’aggredito e chi l’aggressore. Queste sono le contraddizioni del nostro sistema sociale, un sistema in cui non si riesce più a distinguere l’onesto dal disonesto, la vittima dal carnefice, la difesa dall’offesa. E’ come se si chiedesse al cittadino di non usare violenza – se vuole restare onesto – ma di subirla. Spesso si incitano i cittadini a denunciare, ma poi quando lo fanno non si interviene mai e questo induce a una rinuncia da parte del cittadino ad avere giustizia oppure – quel che è peggio – a ricorrere ad una giustizia fai da te. Come quando una donna subisce stalking o minacce da parte di un uomo. Le dicono di denunciare, giustissimo. E poi? Lo Stato la proteggerà o interverrà quando sarà troppo tardi?

Le denunce di Fredy sono finite tutte nel vuoto. Ecco perché si è armato e ha sparato. Fredy, come Macbeth, ha ucciso il Sonno; mentre lo Stato continuerà a dormire.

 

2 Comments
  • Marina

    7 Dicembre 2018 at 19:50 Rispondi

    Bellissima dissertazione sul tema della Legittima Difesa, sembra di sentire Cesare Beccaria in de Delitti e delle Pene, complimenti da un’ Insegnante, al momento, di Diritto. Il tema l’ho dato proprio come verifica in una seconda.
    Mi hai tolto le parole di bocca, non avrei potuto dissertare meglio! Bravissima Collega “potresti anche cambiare materia di Insegnamento”!
    Marina

    • Marzia

      Marzia

      7 Dicembre 2018 at 20:20 Rispondi

      Grazie, Marina! Mi fa piacere sapere di poter offrire spunti di discussione anche nelle scuole (e io e te sappiamo quanto ne abbiano bisogno!). Mi piacerebbe saperne di più sul Diritto, ma per il momento mi limito alla mia materia, per quanto mi è possibile.
      Un abbraccio.

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