La tratta degli schiavi 2.0

«È singolare che gli stessi individui che parlano con stile raffinato di libertà politica… non abbiano scrupolo di ridurre una grande proporzione delle creature a loro simili in condizioni tali da essere private non solo della proprietà, ma anche di quasi tutti i diritti».
 (John Millar, filosofo scozzese)

La schiavitù è sempre esistita. Essere ridotti in schiavitù vuol dire essere depredati dei propri diritti, non essere considerati alla stregua di una “persona” bensì di una “cosa”; significa essere privati della libertà e quindi della propria dignità di essere umano.

Malgrado le apparenze di un mondo – il nostro – spesso dipinto come “moderno” e “civilizzato”, la schiavitù è da considerarsi una pratica tuttora esistente.

Dunque, non illudiamoci di essere così civili come pretendiamo di essere; stiamo attenti a rifugiarci in fittizie narrazioni di ciò che siamo e di ciò che oggi sarebbe l’Europa e l’Occidente, che si riempie la bocca di discorsi altisonanti sulla libertà e i diritti umani quando non sa di cosa parla, o forse dovremmo dire “di chi“?

Tutto questo blaterare di ciascun paese dell’Unione intorno al tema migranti, lungi dal dimostrarsi un reale interesse per il fenomeno, appare piuttosto come una maniera sopraffina di scrollarsi di dosso qualsiasi responsabilità nei confronti dei continui flussi che dall’Africa si spingono ogni giorno sulle nostre coste.

In tutta onestà, trovo deprimenti i dibattiti a cui i media ci stanno sottoponendo a proposito di immigrazione, come se si trattasse di un fenomeno recente, mai visto prima. Vogliono farci credere che il mondo si divida in razzisti fascistoidi e radical chic fuori dal mondo, in “umani” e “disumani”, in beceri criminali e fini intellettuali. Non è così. Ridurre un fenomeno di rilievo come quello dell’immigrazione (e dico “di rilievo” perché sta avendo un indiscusso impatto sulla nostra società) a pura ideologia da quattro soldi non mi pare il modo migliore di affrontare il problema.

E’ chiaro che chi riduce il dibattito in questi termini denota una chiara intenzione a non voler risolvere una questione troppo a lungo ignorata e perciò esplosa. Ma, dopotutto, qual è la questione? Il fatto che siano neri, che siano clandestini o che siano in troppi ad arrivare? 

A mio avviso, il punto non è tanto quanti ne arrivano: “Si dà troppa importanza alle statistiche. Le statistiche misurano solo la quantità, non la qualità. Infatti la gente che si occupa di statistiche è gente molto annoiata” – diceva Bob Dylan. Dunque, proviamo a porre l’accento sulla “qualità”.

Se siano clandestini o meno non è più da discutere dal momento che tutti sappiamo, ormai, che la maggior parte di quelli che arrivano lo è. Attenzione, però, sull’utilizzo del termine “clandestino”, che non è sinonimo di “criminale”, come molti pensano. Deriva infatti dal latino “clam” (di nascosto) + “dies” (giorno) = “nascosto al giorno”. Oggi il cosiddetto, impropriamente, “clandestino” è più che visibile, non si nasconde affatto. Solitamente si tratta del cittadino straniero che non è in regola con il permesso di soggiorno, perché scaduto o perché non gli è mai stato concesso; dunque si tratta piuttosto di “migranti irregolari”, che non hanno cioè diritto ad essere sul nostro territorio per le normative vigenti o per complicazioni burocratiche.

E non regge neppure la semplificazione “neri contro bianchi” perché il colore della pelle, per quanto lo si voglia enfatizzare – a mio parere in maniera del tutto irresponsabile – non ha nulla a che vedere con la piaga sociale su cui andrebbe invece posto l’accento, ovvero la destinazione finale di questi migranti. Personalmente, mi sono fatta l’idea che stiamo compiacendo una sorta di tratta degli schiavi 2.0!

Il risvolto inquietante del fenomeno immigrazione è proprio questo: il traffico di schiavi che ingolfa sempre di più il Mediterraneo. Se si ripercorre un po’ di storia, si scoprirà che il fulcro della questione non sono affatto gli immigrati, bensì il loro nuovo status una volta sbarcati in Italia, ovvero quello di schiavi. Ce li siamo dimenticati i migranti che raccolgono le arance in Sicilia e Calabria o i pomodori in Puglia, il tabacco in Campania e l’uva in Piemonte? Costretti a lavorare per pochi soldi, ricurvi sotto il sole per dodici ore al giorno, ricattati da un cosiddetto “caporale” che, se si ribellano, li ammazza pure di botte.

Questi braccianti, che sono diventati parte integrante della nostra economia agricola in un’epoca in cui la tecnologia è in grado di sostituire perfettamente la manodopera, vivono in condizioni del tutto inaccettabili in un paese europeo: stipati in metà di mille in una stanza lurida, dentro una baracca o una tenda, con fogne a cielo aperto, in mezzo al fango, ai topi e ai rifiuti. Un paese “civilizzato” – come si ritiene il nostro – come può permettere che tutto ciò accada?

Allora, chi sono questi migranti se non i moderni schiavi importati dall’Africa per lavorare nei campi di alcuni proprietari terrieri senza scrupoli che sfruttano la manodopera a basso costo privando i braccianti di ogni diritto e della loro stessa libertà, barattata per pochi euro al giorno? Bisognerebbe chiedersi, innanzitutto, chi sono i trafficanti di questa tratta e com’è possibile porvi fine.

Oggi il mercato del lavoro è un continuo gioco al ribasso. Ti offrono lavori da fame, calpestando professionalità, titolo di studio, dignità della persona (o quello che ne è rimasto) e il legittimo diritto al lavoro, oggi divenuto privilegio di pochi. Come se non bastasse, quando “osi” rifiutare l’offerta, ti dicono che “fuori c’è la fila”! Come se fossi uno schizzinoso! Evidentemente per loro si può vivere con tre/quattrocento euro al mese, perché è questa la retribuzione che viene offerta.

Capirete come, a fronte di questi ragionamenti, venga a decadere qualsiasi discussione su temi fuorvianti quali il razzismo, il fascismo e la finta solidarietà che interessi i “migranti”. Sarebbe bene concentrarsi piuttosto su malaffare e schiavitù, che poi sono le due facce di una stessa medaglia.

L’antica Roma basava la propria economia sulla manodopera degli schiavi. Nel mondo romano lo schiavo era considerato una bestia da soma, privo di qualsiasi diritto. Tra il III ed il II sec. a.C. a Roma iniziò ad affluire un numero enorme di schiavi, che venivano utilizzati come manodopera a basso costo soprattutto nelle campagne, nei latifondi dei ricchi proprietari terrieri che li sfruttavano al posto di contadini liberi e salariati, esattamente come accade oggi … nel ventunesimo secolo!

Ma chiunque di noi voglia puntare lo sguardo ad una storia recente di schiavitù, non può fare a meno di pensare agli schiavi neri d’America. La tratta degli schiavi, dopo la scoperta dell’America, fu perpetuata dai coloni europei ed ebbe come bacino di rifornimento proprio l’Africa. Costoro presero sistematicamente ad importare manodopera a basso costo nelle colonie del nuovo continente. I “negrieri bianchi” non erano coinvolti nella cattura, ma si rifornivano dai mercanti locali, i quali non facevano altro che assecondare la crescente domanda europea.

Per essere trasportati da un continente all’altro, gli schiavi venivano ammassati sul ponte inferiore delle navi in spazi ristretti. Poi venivano spogliati, ripuliti, incatenati e incastrati a terra gli uni accanto agli altri. Una scena che mi sembra di rivedere ancora oggi sulle navi cariche di migranti (catene a parte). Anche in quella circostanza, erano in tanti a morire durante la traversata a causa delle drammatiche condizioni del trasporto. Arrivati in America, li aspettavano i mercanti di schiavi che li ingaggiavano per il lavoro nelle piantagioni. Fu necessario attendere la prima metà del XIX secolo perché scomparisse questo abominio. Nel 1807 il Congresso degli Stati Uniti d’America vietò l’importazione di schiavi. Pochi anni dopo, il governo di Abramo Lincoln, decretò la fine della schiavitù con l’approvazione del XIII emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d’America.

Ancora oggi, dopo ben due secoli, l’Africa rappresenta un vero e proprio serbatoio di schiavi diretti verso l’Europa, dove è richiesta manodopera a basso costo per la raccolta di pomodori, uva e arance che hanno sostituito cotone, tabacco, canna da zucchero e caffè. E come allora, un massiccio traffico di schiavi africani viene prelevato ogni giorno dalle coste libiche e deportato sulle navi negriere verso l’Europa, per essere poi venduto ai proprietari terrieri o finire in mano alla malavita organizzata.
Mi sono chiesta chi sono i nuovi negrieri bianchi che si nascondono dietro la facciata della finta solidarietà.
E’ cronaca recente quella che riguarda una Onlus a Ragusa che, in cambio di una finta accoglienza, faceva soldi sulla pelle dei migranti, sfruttando i fondi a loro destinati. E non è la prima. Mi piacerebbe che cominciassimo ad interrogarci su questo piuttosto che su evanescenti opinioni di parte o filosofie di vita del tutto inutili e superflue.
Ad ogni modo, ciò che più avvilisce, in queste continue prese di posizione sull’opportunità di far sbarcare in Italia altri migranti, è il celarsi dietro un paravento di falsa pietà o falso rigore (i due concetti sono sullo stesso piano), per coprire tutte le infamie di cui siamo stati corresponsabili in questi anni. Per dirne una, si è fatto passare in sordina il modo disumano in cui vengono trattati uomini e donne africani nelle carceri libiche, pur di limitare gli sbarchi sulle nostre coste. Non mi pare, a questo proposito, di aver visto particolari reazioni nell’opinione pubblica né discussioni accese o indignate sulla costituzione di nuovi lager nazisti dall’altra parte del Mediterraneo!
Lo stesso dicasi per l’assordante silenzio di quegli “intellettuali” (o presunti tali) che non hanno speso parole sufficienti contro l’infamia delle guerre che si stavano (e si stanno tuttora) consumando in Africa né sui diritti dei braccianti ridotti in schiavitù nel nostro territorio. Si parla di morti nel Mar Mediterraneo, cosa dire allora di quei paesi europei che hanno partecipato attivamente a diversi interventi in Africa sganciando bombe e massacrando esseri umani nell’indifferenza totale degli altri paesi dell’Unione? I morti a terra sono molti di più dei morti in mare, ma quelli non li conta nessuno.

La verità è che c’è sempre stata una “giusta causa” quando i carnefici eravamo noi, la parte “civile” del mondo: vedi ad esempio l’esportazione della democrazia nei paesi in mano a spietati dittatori (a questo punto temo che ci toccherà dichiarare guerra a tutti i paesi dove vige uno Stato dittatoriale!) oppure la lotta al terrorismo e dunque il nemico comune da abbattere (ISIS), infine le fantomatiche armi chimiche che nessuno ha mai trovato.

E pensare che quei paesi europei che oggi ci rimproverano di “cinismo”, definendoci addirittura “vomitevoli”, sono gli stessi responsabili della carneficina e la destabilizzazione dei paesi nel Medio Oriente, oltre che dello sfruttamento di gran parte dell’Africa da cui vengono attinti i nuovi schiavi!
Vomitevole è chi ipocritamente inneggia a valori quali la libertà, l’uguaglianza e la fraternità, ma poi ne fa puntualmente carne di porco; o chi – ancor peggio – a parole difende i diritti, il lavoro e l’accoglienza, ma si guarda bene dal garantirli nei fatti, preferendo piuttosto conversare nei salotti televisivi come se la questione non li riguardasse e scegliendo la via più comoda da sempre, quella cioè di chi si volta dall’altra parte; non mancando però di criticare l’operato altrui e citare, ogni qualvolta interpellato da chicchessia sull’argomento, l’intero arsenale letterario a sua disposizione, perché oggi se mostri di avere cultura, allora hai certamente ragione.
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