Tra un Natale e un Ammazzacaffè

Stupisce come alcuni termini della lingua italiana possano suonare “strani” più di altri a persone che appartengono a una diversa nazionalità. Il termine “ammazzacaffè“, ad esempio, può suscitare grande curiosità nei non italofoni! Ve lo posso assicurare, dal momento che l’ho sperimentato personalmente. Spiegare cosa abbia fatto di male il caffè per essere “ammazzato”, o piuttosto che senso abbia prendere il caffè a fine pasto se poi bisogna ammazzarlo con del liquore, non è impresa da poco! Credetemi, si possono perdere anche delle ore a parlare delle abitudini alimentari di noi italiani e della terminologia che le identifica. D’altronde, se c’è qualcosa che a noi italiani non manca, è la fantasia.

Questo per me è stato un Natale un po’ speciale. Da qualche mese partecipo ad un progetto di integrazione per donne immigrate nel nostro paese e, insieme ad altre volontarie, mi dedico all’insegnamento della lingua italiana. Confesso che questa cosa mi piace moltissimo. Amo conoscere culture diverse dalla mia; e devo ammettere che trasmettere la mia lingua e la mia cultura a chi non la conosce mi riempie di orgoglio.

La mia classe si compone di giovani donne provenienti per la maggior parte dal Marocco, altre dall’Albania e qualcuna dallo Sri Lanka. Le vedo entrare al mattino tutte bardate per il freddo, in quei loro abiti ingombranti e i foulard colorati che coprono loro il capo. Noto che qualcuna ha serie difficoltà a parlare la nostra lingua e, quando non riesce ad esprimere un concetto, si interrrompe, mi guarda e sorride. Mi suggestiona il modo in cui queste donne si approcciano alla nostra cultura. Per loro è tutto nuovo, una scoperta continua. Trasmettono con gli occhi la sete di conoscenza che hanno, la loro voglia di imparare. Hanno lo stesso entusiasmo di un bambino.

Nonostante siano per la maggior parte di fede islamica, non sembra disturbarle affatto il crocifisso posto in bella mostra al centro della parete, sulla cui opportunità di tenerlo nelle classi italiane si è tanto discusso negli ultimi anni, ascrivendo proprio a loro la ragione per cui bisognava estromettere questo simbolo religioso dalle aule scolastiche, quando in realtà si tratta di una querelle tutta laica.

Avverto il bisogno di queste donne di essere accolte; lo percepisco quando discutono della nostra cucina, delle nostre abitudini e dei nostri modi di dire, alcuni dei quali trovano abbastanza singolari, oltre che divertenti, come nel caso dell’ammazzacaffè, appunto.

Venerdì, 22 dicembre, era l’ultimo giorno di lezione prima delle feste natalizie. Per l’occasione abbiamo organizzato una piccola festa in classe e le ragazze si sono offerte di preparare qualche dolce tipico del loro paese di provenienza. Erano così contente di festeggiare il Natale con noi, che ho avuto la sensazione di scoprire per la prima volta il senso profondo di questa festività, sovrastata da addobbi festosi e luci sfavillanti che riempiono le strade, oltre a rincorse affannose ad acquistare regali quasi sempre inutili.

E cosa dire dell’immagine stanca e un po’ goffa di questo vecchio stordito con la barba lunga e il vestito rosso preso in prestito da una società americana di bevande: la Coca Cola?

Qualcuno si dissocia, sostenendo che il “suo” Natale è “diverso” da quello tradizionale, poiché trattasi di Natale “pagano”, da non confondere con quello “cristiano”, ormai passato di moda. Che ci sia anche un Natale vegano? Non lo escluderei. D’altra parte, ognuno è libero di festeggiare il Natale che vuole, attribuendovi il significato che più gli aggrada, purché venga celebrato. Anche perché, data l’atmosfera che si crea in questo periodo dell’anno, è pressoché impossibile restare indifferenti. In ogni caso, in Italia, che da sempre è un paese che affonda le proprie radici nel Cristianesimo, il Natale che va per la maggiore è ancora quello che celebra la Natività.

Perché festeggiare una nascita avvenuta più di duemila anni fa?

E’ nel pormi questa domanda che mi sono resa conto di quanto la storia di questo bambino – nato migliaia di anni fa, in una grotta al freddo, da genitori in fuga dal proprio villaggio per salvarlo – sia più che mai attuale. In fondo, cosa cercava quella famiglia se non accoglienza? E cosa cercano oggi nel nostro paese queste famiglie di migranti?

Le mie allieve hanno portato ogni ben di dio: torte e biscotti fatti in casa, piccoli dolciumi saporiti e tanta frutta secca. Ho scoperto il tè marocchino, con il suo gusto avvolgente. La loro maniera di versarlo (sinceramente, non so come facciano a centrare il bicchiere da quell’altezza!) lo rende simile a una fonte che sgorga dall’alto.

I bicchieri, in cui lo hanno servito, erano anch’essi tipici del Marocco, tutti decorati che sapevano d’Oriente… una meraviglia! Peccato che la religione musulmana non consenta di consumare alcol, perciò per loro niente ammazzacaffè… o ammazzatè.

Ho molto apprezzato il tentativo di queste ragazze di farsi conoscere per conoscere. Perché è normale che ci si presenti, prima di chiedere di fare la conoscenza di un’altra persona. Venerdì, in quella piccola aula, si è consumato un interscambio culturale nel rispetto delle reciproche diversità. E’ stato istruttivo.

Per un attimo, ho visto i nostri ruoli rovesciarsi: io che credevo di accogliere, venivo di fatto accolta. E’ stata un’esperienza indimenticabile. E’ stato Natale, con o senza ammazzacaffé!

P.S. Per i “non avvezzi” alla lingua italiana, che leggeranno questo articolo, dicesi ammazzacaffè il bicchierino di liquore bevuto dopo il caffè a fine pasto, per “ammazzarne” il sapore che rimane in bocca (fonte: Wikipedia). Amaro, sambuca, grappa, limoncello (il mio preferito!), mirto, whisky, cognac e anice sono i più bevuti.

Buon Natale e buon ammazzacaffè a tutti! 

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