“Peppinella”: primo episodio

Cari lettori, anche quest’anno vorrei proporvi uno dei miei racconti per accompagnarvi durante le festività natalizie.

Si tratta di una storia che affonda le radici in un tempo passato, quando le famiglie non erano come quelle che conosciamo oggi, composte per lo più da genitori e figli, a volte un solo genitore o un solo figlio. In ogni caso, il cerchio familiare si è molto ristretto rispetto a quello di una volta. Fino a sessanta, settant’anni fa, il termine “famiglia” aveva un significato assai più ampio di quello odierno poiché abbracciava molti più soggetti. Zii, cugini, nonni, bisnonni, genitori e figli vivevano tutti insieme, in un’unica casa, e ciascuno veniva considerato membro di uno stesso nucleo familiare. A molti di noi sembra incredibile che si riuscisse a trovare un proprio spazio all’interno di famiglie tanto vaste, eppure ci riuscivano benissimo. Ognuno aveva un ruolo ben definito e rispettare i ruoli era fondamentale per poter convivere sotto lo stesso tetto, altrimenti ci sarebbe stato il caos. All’epoca esisteva la figura del “capofamiglia” a cui era affidata la gestione della famiglia intera e nessuno ne metteva in discussione l’autorità, un po’ come avviene per i lupi con il proprio capobranco.

Oggi si parla di “famiglie allargate” quando uno dei due coniugi forma una nuova famiglia con qualcuno che a sua volta ne possiede già un’altra, unendo di fatto due famiglie diverse che divengono un’unica famiglia… allargata! Questa forma familiare però non richiede un’effettiva parentela tra tutti i membri che la compongono. Quelle di una volta, invece, erano delle vere e proprie comunità legate da vincoli di sangue; ognuno poggiava la propria forza sull’altro come assi portanti di una stessa struttura che, per stare in piedi, non poteva prescindere da uno dei soggetti che la componevano. Erano numerose, chiassose, spesso litigiose, a volte ingombranti, ma sempre famiglie molto unite, nel bene e nel male.

Dedico questo racconto a mio padre – al bambino che era e che ancora dimora in lui – a tutte le donne della nostra famiglia; e infine a zio Mario (alias Mariano) che è venuto a mancare proprio quest’anno, poco dopo la pubblicazione di “Peppinella”.

Tratto da “Peppinella” (Racconti in rete del 2017) di Marzia Cortese.

“Sedeva su una sedia in vimini, di quelle antiche fatte a mano. Una sedia che oggi, se volessi averne una simile, non saprei dove andarla a cercare, perché non se ne trovano più di quella fattura. Erano tempi in cui ogni mestiere aveva il suo perché, quando c’era ancora chi – con incredibile pazienza e infinito amore – intrecciava quei fili dorati come se nascessero dalle sue stesse mani.

Era un regalo di mio padre. L’aveva comperata al Mercato delle Pulci, dopo un’estenuante trattativa per abbassare il prezzo. Accadde in un’afosa giornata di luglio, con il sole cocente dell’estate che inaridiva qualsiasi cosa e toglieva le forze anche solo a guardarlo. Per di più, l’opprimente calura pareva essersi direzionata tutta sulla sua disgraziatissima testa. Quel giorno, infatti, mio padre era uscito di fretta, dimenticando di indossare il suo inseparabile borsalino quel fantastico copricapo che lo aveva riparato da situazioni ben peggiori – dunque aveva il cranio completamente esposto all’arsura, cosa che lui avvertiva con molta più veemenza di chiunque altro a causa della sua estesa calvizie, che già di per sé sopportava come fosse un castigo. Se l’era sudata – nel vero senso della parola – quella seggiola! Bisogna dirlo: quando la vide, l’attrazione fu immediata; come se quella fosse stata lì ad aspettarlo da sempre. Non c’è niente da fare, certe cose hanno un’anima!

Nonostante fosse quasi sepolta tra mille cianfrusaglie di roba vecchia, non poté fare a meno di notarla. Fu un’illuminazione o – se preferite – un amore a prima vista. E tanto fece che alla fine se la portò via.

Nonna Giuseppina – o “Peppinella” come avevamo l’abitudine di chiamarla in famiglia – vi trascorreva gran parte del suo tempo su quella sedia, intenta com’era a ricamare, virtù all’epoca assai apprezzata. Nata nella seconda metà dell’Ottocento, nonna Giuseppina era una donna, come si suol dire, tutta d’un pezzo. Moralmente e fisicamente. Alta, robusta, sempre impeccabile nell’abbigliamento e nel trucco. Praticamente, il contrario di mia madre, minuta nell’aspetto e poco incline a certe vanità tipiche femminili; forse per il fatto che a casa eravamo in tanti, forse troppi! Si pensi che io sono l’ultimo di sette fratelli, e lei doveva occuparsi di tutti noi, oltre che della nonna e del nostro amato Kelly, naturalmente.

Kelly era un bellissimo lupo italiano dal manto grigio. Non ho mai capito perché l’avessero chiamato così dal momento che era un maschio…

Ma tornando a Peppinella, lei e mia madre non si assomigliavano affatto. Tra le due però quella che catturava maggiormente la nostra attenzione era proprio Peppinella. Al mattino trascorreva lunghe ore alla toilette, per sistemare i capelli che teneva raccolti sulla nuca con non so quante forcine, che mio fratello Mariano si divertiva a tirarle via quando la vedeva appisolarsi sulla sedia in vimini che le aveva regalato mio padre: quello era il momento in cui era più vulnerabile. Si divertiva da matti con lei, Mariano, che ancora oggi a settant’anni è una testa calda.

Le tirava il naso, trattenendolo con le nocche delle dita, e quello diventava tutto rosso! Le nascondeva spazzole e forcine apposta per farla andare in subbuglio, ben conoscendo la cura quasi maniacale che la nonna impiegava nell’acconciarsi i capelli. Le raccontava storie lugubri per metterle paura, come se ci godesse nel vederla spaventata a morte!

All’epoca le donne in casa indossavano il grembiule per le faccende domestiche, e per Mariano slacciare quello di Peppinella era una goduria. Prima lasciava che se lo annodasse per bene dietro la schiena, con quelle dita un po’ ricurve per via dell’artrite – costrette ad eseguire alla cieca una serie di acrobazie per unire i due lembi di stoffa fino a formare un fiocco che doveva essere a dir poco perfetto – poi glielo scioglieva lentamente, che lei neanche se ne accorgeva… fino a quando non le veniva giù il grembiule!

In casa nostra era un continuo susseguirsi di urla, tra mia nonna che intimava mia madre di sgridare mio fratello – che noi avevamo ribattezzato “Masaniello” per la sua indole rivoluzionaria – e mio padre, che sbraitava contro mia nonna affinché la smettesse a sua volta di gridare. E Mariano se la rideva insieme agli altri miei fratelli più grandi.

Io no. Io la guardavo, ed ero dispiaciuto per lei. Nonostante le sue spalle larghe, la vedevo per quello che era, una donna fragile e indifesa. Percepivo il suo disagio, la sua precarietà di donna sola e anziana; il suo doversi adattare agli altri perché non poteva fare altrimenti. Lei, che appariva a noi ragazzi così tanto fuori dai tempi, c’era invece immersa fino al collo. La conosceva la vita, altroché se la conosceva!

Aveva iniziato presto a vivere, Peppinella. Era dovuta crescere in fretta, e senza una guida, poiché non aveva mai avuto una famiglia che si occupasse di lei. Orfana di entrambi i genitori sin dalla nascita, non aveva fatto in tempo a mettere piede in questo mondo, che il mondo l’aveva già abbandonata. A soli quindici anni aveva conosciuto mio nonno, più grande di lei di vent’anni, di cui ricordo soltanto i lunghi baffi ottocenteschi e null’altro. Orefice benestante, l’aveva fatta studiare fino a farle prendere il diploma di maestra – a lei, che era una piccola orfana senza istruzione – per poi sposarla e darle quella famiglia che le era mancata” (…)

CONTINUA…

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