Benvenuti al Nord

Non c’è che dire, il referendum sull’autonomia del Lombardo- Veneto è stato un trionfo.

In Veneto il 98% dei votanti si è espresso in favore dell’autonomia. Ma il dato più interessante è stata l’affluenza alle urne – ben il 57% degli elettori si è recato a votare – perciò non vi è ombra di dubbio (né vi è mai stata, in verità) che i Veneti abbiano una chiara volontà autonomista.

Il risultato della Lombardia è stato, invece, un po’ meno eclatante, almeno per quel che riguarda la percentuale di affluenza, circa il 38% degli elettori, neanche la metà dei cittadini lombardi. E’ senz’altro un buon risultato quello del 95% dichiaratosi per il sì, ma il 95% del 38% di una cittadinanza è abbastanza per definirla volontà popolare? Si può parlare per i lombardi di una reale spinta autonomista come nel caso del Veneto?

E’ vero, si trattava di un referendum consultivo, pertanto non era richiesto nessun quorum, tuttavia io credo che il volere di un popolo debba avere anzitutto un riscontro nei numeri altrimenti diventa esclusiva volontà di una parte. In ogni caso, sono principalmente due i fattori che più mi hanno fatto riflettere. Il primo è che la provincia lombarda in cui c’è stata affluenza maggiore è stata Bergamo (47,37%), mentre quella con minore affluenza è stata Milano (31,20%). Il secondo è che molti di quelli che a Milano si sono dichiarati a favore dell’autonomia sono meridionali.

Penso di conoscere bene i lombardi, se non altro perché ne ho sposato uno (…un bergamasco sui generis, per la verità!). Avendo oltretutto trascorso tre anni a Milano e quasi nove a Bergamo, credo di essere in grado di fare un raffronto tra le due province. Devo dire che milanesi e bergamaschi hanno molto poco in comune l’uno con l’altro, sia per temperamento che per mentalità.

Il milanese, sempre educato e cordiale, non possiede un’indole irruenta. Quasi mai si pone in maniera aggressiva in una conversazione o cerca di imporre il proprio modo di vedere le cose, essendo, il più delle volte, aperto a qualsiasi diversità (che sia essa religiosa, di pensiero o di orientamento sessuale). Nel quadro odierno, il milanese potrebbe addirittura essere segnalato come il più europeista degli italiani. Non so se un atteggiamento di questo tipo sia dovuto al fatto che si sia dovuto adattare alla sempre più crescente presenza dei tanti meridionali, o stranieri, che negli anni hanno preso stabile dimora in quel di Milan o perché, grazie alla mentalità imprenditoriale che lo contraddistingue, si sia aperto quasi spontaneamente a usi e costumi a lui estranei, che ha poi finito per inglobare, rinunciando inevitabilmente a un pezzetto della propria identità. E’ fin troppo facile a Milano trovare la “pizzeria napoletana” o la “pasticceria siciliana”, così come il ristorante indiano, cinese, giapponese e così via. Etnie che si mescolano, mondi che s’incontrano, prelibatezze che arricchiscono Milano – città aperta – e la rendono una finestra sul mondo. Il tempo in cui si trovavano i famosi cartelli recanti la scritta: “Non si affitta ai meridionali” è scaduto da un pezzo (per fortuna!).

Solo che il milanese ormai è in via d’estinzione. La cosa, a ben guardare, sembra non turbarlo più di tanto, in quella visione di società multiculturale in cui è ormai immerso fino al collo. Durante la mia permanenza a Milano, posso affermare di aver conosciuto moltissimi meridionali o figli di meridionali, laddove i milanesi si contavano sulle dita di una mano. Che siano stati proprio i meridionali a votare per l’autonomia di una regione che adesso sentono come propria, e in cui sono consapevoli di aver dato un forte contributo con le tasse prodotte dal proprio lavoro, non mi stupisce affatto.

Si potrebbe interpretare come il solito atteggiamento egoista delle regioni ricche nei confronti di quelle più povere, e, nel caso dei meridionali, di chi ce l’ha fatta e adesso guarda con disprezzo i tanti che sono rimasti indietro, schiacciati dalla dissennatezza e l’inettitudine di chi ha governato le regioni del Sud. Ma, vista al rovescio, potremmo vederla anche come la risposta ad un Meridione che non ha saputo provvedere ai bisogni dei suoi cittadini, costretti a spostarsi al Nord – appunto – dove hanno trovato un’amministrazione più efficiente e una speranza per il futuro dei propri figli. Come biasimarli?

Ed ecco che si riapre la “questione meridionale”, mai risolta e all’apparenza irrisolvibile. Ci si chiede perché, dopo tanti anni, non si sia ancora riusciti a sanare il divario tra nord e sud d’Italia. Per incapacità? O si tratta piuttosto di una volontà? A chi fa comodo che il Meridione non cresca economicamente e non conceda a chi vi nasce le stesse opportunità del nord Italia? Di chi è la colpa? Della malavita, del malcostume, del malgoverno? E’ innegabile che esista un’Italia a due velocità – da troppi anni ormai – ed è lecito che la parte più veloce voglia poter andare ancora più veloce senza farsi continuamente rallentare dalla parte più lenta, incapace di starle dietro. Mi chiedo soltanto se nella visione di un paese unito, sia corretta questa logica.

Il bergamasco, rispetto al milanese, è di tutt’altro temperamento. Fiero, orgoglioso, diretto; non si perde in chiacchiere inutili, ma va dritto al punto. Possiede un forte senso di appartenenza, un saldo attaccamento alla propria identità. E’ gente che ci tiene alle proprie origini, alla propria terra, al dialetto e alle tradizioni.

E’ anche vero che non  te ne lascia passare una! Devo ammettere che all’inizio ho fatto fatica ad adattarmi a un modo di fare che appariva ai miei occhi un po’ troppo duro, ma ho imparato presto ad apprezzarne la sincerità e i buoni propositi. Martino Vitali, a proposito della gente bergamasca, si esprime con questi versi:

“Fiama de rar… ma quando la se ‘mpìa
l’è mei che i g’àbe a sinsigàla mia…
chè l’ pöl söcéd che ‘ntat che ‘l föc a l’brüsa​_
vergü l’ se scòte e po’ … l’ domande a’ scüsa…”

Fiamma di raro…ma quando si accende
è  meglio che non venga provocata troppo …
perché può succedere che mentre la fiamma brucia
qualcuno si scotti e poi… chieda scusa…    

In altri termini, non pestare i piedi a un bergamasco perché te ne pentirai amaramente. Al contrario, guadagnati la sua stima e ti adorerà per sempre. Il bergamasco è così, docile e riservato, ma non tollera l’arroganza e guai a provocarlo, diventa irascibile. Credo che i bergamaschi siano molto più affini ai veneti che non ai milanesi. Non so se ad accomunarli sia la stessa origine celtica o il fatto che Bergamo fu parte della Serenissima già nel quattrocento. Fu proprio la Repubblica di Venezia, infatti, a far costruire le mura della città alta di Bergamo per difenderla dal Ducato di Milano che la minacciava con i suoi continui attacchi. E infatti il leone di San Marco svetta sulle mura quasi a simboleggiare un’identità che probabilmente non si è mai persa nonostante la storia sia poi andata in un’altra direzione. La cosa curiosa è che la maggior parte dei volontari nella Spedizione dei Mille che portò all’unificazione d’Italia, furono proprio di Bergamo, non a caso soprannominata “Città dei Mille”.

Certo è che in un contesto europeo che tende all’unificazione per rafforzare i singoli Stati, la richiesta di autonomia da parte di regioni come Veneto e Lombardia appare alquanto anacronistica. C’è da chiedersi, però, che ruolo giochi l’Europa in tutto ciò.

E’ possibile che sia Veneti che Lombardi si siano sentiti compressi tra un’ Europa autoritaria, che ormai la fa da padrona in casa nostra, e un paese come l’Italia che appare sempre più succube dei dictat europei e del tutto incapace di affermare le proprie posizioni. Un po’ come dire: “se lo Stato non è in grado, faccio da me”. 

Peccato che questo referendum sia solo consultivo – quindi non vincolante – esprime cioè una volontà, ma non implica alcuna azione da parte del Governo centrale. Peccato che l’autonomia fiscale, di cui si è fatta propaganda nella campagna referendaria, non sia affatto compresa nell’elenco delle autonomie che sono materia di contrattazione con lo Stato, quelle cioè previste dall’articolo 116 della Costituzione, richiamato nel quesito del referendum. Pertanto, nessuna autonomia fiscale sarà attuabile, a meno che non si modifichi la Costituzione. E peccato che si siano spesi tanti soldi per un percorso che si sarebbe potuto intraprendere a costo zero, com’è avvenuto in Emilia Romagna, senza alcun referendum. Peccato, infine, che i cittadini quasi mai sappiano cosa stanno andando (o non andando) a votare quando si tratta di referendum. Qualcuno si è preso la briga di andarsi a leggere l’articolo 116 della Costituzione? Ci si è accorti che da nessuna parte si parla di autonomia fiscale?

Parte della responsabilità è anche dei media, che non si fanno mai promotori di una discussione seria e critica sull’argomento (prima che si vada a votare) perché, per farlo, ci vorrebbe un’informazione libera, o quantomeno super partes. Il rischio è che un mezzo democratico così importante, quale è il referendum, venga usato a sproposito, con quesiti poco chiari o dalla risposta che pare scontata, e invece tanto scontata non è.

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